Si avvicina il voto del 2027 e stiamo assistendo alla rincorsa più sfrenata del Centrodestra per andare ad acquisire consenso elettorale così da recuperare terreno ed evitare che il Campo Largo (la cosa più vicina all’armata Brancaleone degli ultimi vent’anni) possa prendere il Governo dell’Italia.
Niente di strano, niente di nuovo, tutto perfino assolutamente legittimo, ma sarebbe ora di fare un attimo i conti (sic!) con la realtà. Partiamo dalla prima mancetta elettorale, ovvero l’eliminazione del bollo auto.
Nonostante i toni trionfalistici del Governo – ma anche dell’ACI – Automobile Club d’Italia, che ricordiamo essere presieduto da nientepopodimeno che Geronimo La Russa, figlio del ben più noto Ignazio – il provvedimento va visto sensibilmente al ribasso. Risulta assolutamente vero che la misura riguardi il 70% delle auto italiane, poiché la potenza di 80 kW è pari a poco meno di 109 cavalli e quindi parliamo di auto comuni; resta lo scaglione che chi possiede più di un’auto pagherà il bollo dalla seconda auto in poi, e potrebbe anche essere inteso come giusto dal punto di vista della progressività delle imposte; ci si è totalmente dimenticati di una cosa, ovvero che in alcune regioni il bollo auto non esiste già più.
Nel periodo della famosa e famigerata transizione energetica, infatti, diverse regioni – tra cui le Marche – hanno varato provvedimenti tali per cui chi acquistava automobili elettriche o ibride non era soggetto al pagamento del bollo. Ci si dimentica spesso, infatti, che il bollo auto rientra nelle imposte regionali e che quindi le regioni possono, all’interno di un quadro normativo nazionale, applicare delle politiche differenti. Ci si chiede allora, chi beneficia davvero dell’eliminazione del bollo?
Il beneficio è principalmente per i possessori di automobili immatricolate prima del 2017 – anno in cui sono emerse la maggior parte delle leggi regionali con esenzioni per le auto ibride / elettriche o puramente a metano come nel caso del Piemonte – e per i possessori di auto ibride di diverse regioni: basti pensare che acquistare un’ibrida nel 2022 nelle Marche ha significato, nei fatti, non pagare mai il bollo (sospensione quinquennale + cancellazione strutturale), mentre in Umbria o in Toscana il bollo per un’ibrida è stato pagato per intero sin dall’anno di acquisto.
Alla luce di questo, il provvedimento è certamente positivo, anche perché parliamo dell’ennesimo balzello nei confronti di chi commette il “reato contro il popolo” di acquistare un’automobile, visto che tra accise, costi di revisione e tagliando, cambio gomme, assicurazione, pedaggio autostradale e costi persino di parcheggio (a pagamento nel caso delle “strisce blu”, tramite IMU e TARI nel caso di un garage di proprietà), pagare pure per il solo fatto di possedere un’auto era una vergogna.
La seconda “mancetta” è stata il tetto del prezzo della benzina. Qui nella realtà il Governo non c’entra nulla…o forse sì? La decisione è arrivata da Eni, che è un’azienda di diritto privato, in cui lo Stato italiano ha una partecipazione del 33%, con il 30% da parte di Cassa depositi e prestiti (posseduta all’82.77% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) e poco meno di un 3% direttamente dal MEF.
Peccato che in pochi giorni di tetto a 1,99 euro al litro alcuni distributori Eni abbiano già “chiuso temporaneamente”, tanto che a fare incetta di clienti è stata la IP, che ha seguito l’esempio di Eni rendendosi persino meno cara. Ma chi è IP? Italiana Petroli, compagnia totalmente privata. Magnifico, quindi una società italiana! No. Nel maggio 2026, il gruppo API – IP è stato acquisito da SOCAR, compagnia petrolifera statale dell’Azerbaigian con cui l’Italia ha anche sottoscritto un accordo di partnership per la distribuzione del gas.
Giorgia Meloni ha subito ribadito di essere “pronta a tagliare le accise”. Viene da dire finalmente, visto che il governo è al suo quarto anno di carica. Ma andiamo a vedere a cosa servono queste accise. In passato, circolava la voce che ci fossero all’interno delle accise anche spese assurde come il finanziamento alla Guerra in Etiopia, l’alluvione di Firenze, il terremoto dell’Irpinia. In realtà, nonostante solo alcuni di questi episodi siano stati inseriti nelle accise, nel 2013 si è stabilito che queste sarebbero andate direttamente nel bilancio pubblico senza vincoli di spesa. Il problema sta nel fatto che il prezzo della benzina è composto da tre parametri: il costo industriale che dipende direttamente dall’aumento o meno del prezzo del petrolio, l’accisa che è l’imposta fissa di fabbricazione di 0,6729 euro al litro…e l’IVA al 22% sul prezzo finale dato da costo + accisa.
Andiamo allora a rileggere quell’1,99 € al litro: togliamo il 22% di IVA e ci restano 1,5522 €; a questi togliamo l’accisa di 0,6729 € e restano 0,8793 € al litro che vanno al produttore. Praticamente su 2 € quasi di benzina, 1,12 € va allo Stato e nel caso di Eni questa cifra aumenta perché essendo proprietaria direttamente per circa un terzo, vuol dire che ai 1,12 € si aggiunge anche un terzo di 0,88 € per un totale di 1,41 € su 1,99 € di prezzo al cittadino. Alla faccia degli extra-profitti.
Tagliare le accise – o meglio, togliere gli 0,6729 € di imposta fissa a prescindere dal costo di produzione – quanto “pesa” alle casse pubbliche? Contando che vengono venduti in media 8,7 miliardi di litri di benzina all’anno in Italia, il conto è presto fatto: poco più di 7 miliardi di euro all’anno contando Accisa e mancata IVA su Accisa, solo sulla benzina. Sembrano tanti, ma sono l’1% del bilancio dello Stato. Forse invece di inventarsi i magheggi sarebbe bastato intervenire su quell’1%.
La terza mancetta, delle ultime ore è il bonus di 800€ alle partite IVA. Non si tratta di un’iniziativa una tantum in vista delle elezioni, ma di una riforma strutturale dello Stato, nata con la Legge di Bilancio 2021 ma divenuta poi strutturale dal 1° gennaio 2024 (e quindi a firma Meloni). Una riforma che probabilmente non ha avuto i risultati sperati, visto che l’ultimo dato certificato parla di 3.800 beneficiari (2022) su circa quattro milioni di partite IVA, quindi l’1% ha avuto accesso a questo bonus.
Il tetto di spesa fissato per quest’anno è di 20,8 milioni di euro, quindi con una platea di potenziali beneficiari media di 6.500 partite IVA (calcolato come media tra l’assegno minimo di 250 euro per 6 mesi e l’assegno massimo di 800 euro per 6 mesi), che sono una percentuale irrisoria sul totale. La cosa divertente? Il 50% delle nuove partite IVA, quindi 250.000, sono aperte da giovani con meno di 35 anni. Uno può pensare “beh, questo bonus può andare a un giovane che ha appena aperto un’attività e quindi ha bisogno di un piccolo incentivo”. No. Perché il bonus non si rivolge a chi ha appena aperto, ma necessita che la partita IVA abbia almeno tre anni di attività e non può avere richiesto il contributo negli ultimi due anni. Risultato? Nessuno accede al contributo, se non veramente spiccioli di partite IVA.
Dal “Vettore” lanciamo dunque una proposta significativa e a costo (aggiuntivo) zero per le tasche pubbliche: un bonus di 1.500 euro per le 10.000 partite IVA aperte da Under 35 nel 2026 che abbiano avuto il risultato peggiore in termine economico, considerando la media mensile. Questa non è una mancetta elettorale, ma uno spunto per incentivare la crescita e trattenere i giovani talenti nel territorio. Certo, l’ideale sarebbe l’abbassamento dell’IVA del 2% in quattro anni, ma per ora ci accontentiamo.


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